Lo sviluppo di internet e dei social media hanno offerto alla comunicazione numerosi strumenti che facilitano ogni tipo di connessione. L’altra faccia della medaglia tuttavia è caratterizzata dai rischi che si corrono online: tra questi, troviamo il cyberbullismo.

Si tratta della manifestazione online di azioni intimidatorie, esercitate da un bullo o dal cosiddetto branco, volte a intimorire, molestare, mettere in imbarazzo, far sentire a disagio o escludere altre persone. Per perpetrare queste forme di violenza, il bullo si serve di telefonate, messaggi, chat, social media, oppure naviga su siti di giochi e forum online.
Le modalità specifiche più utilizzate riguardano:
-la diffusione di pettegolezzi,
– la diffusione di foto oppure video,
-il furto dell’identità, al fine di danneggiare l’immagine della vittima,
-la derisione e l’insulto,
-le minacce fisiche alla vittima, attraverso qualsiasi media.
Il fenomeno attraversa la nostra società, vedendo tra vittime e aguzzini sia i giovanissimi che gli adulti.
Per quanto riguarda i più giovani, l’identikit del cyberbullo “tipo” è quello di un ragazzo tra i 10 e i 16 anni, studente preparato con una competenza informatica superiore alla media, che usa internet per realizzare quello che non riesce a vendicare o fare nella vita reale.
Il quadro cambia notevolmente con l’avanzare dell’età del cyberbullo: i comportamenti violenti sono più articolati e vessatori, sempre più simili a maltrattamenti e insulti tipici del bullismo reale.

Secondo l’American Psychological Association il bullismo – e di conseguenza il cyberbullismo – è una forma di comportamento aggressivo con la quale qualcuno causa intenzionalmente e ripetutamente un danno fisico o psicologico a un’altra persona evi sono  alcuni tratti costanti rintracciabili in questi comportamenti.
Per Roberto Collovati, psicologo e autore del saggio I”l bullismo sociale giovane e adulto” siamo di fronte a un’autentica emergenza sociale. Crescendo, i bulli diventano più pericolosi e le vittime  perdono, con gli anni, le sicurezze date dalla famiglia e dalle mura di casa e si trovano soli ad affrontare angherie incessanti. “Gli adulti agiscono in modo subdolo – ha dichiarato Collovati –  e a differenza dei più giovani, sanno perfettamente che se esagerano rischiano una  condanna. Quindi rimangono sul filo del rasoio. Resta il fatto che queste angherie sono  durissime da sopportare. Ma 9 volte su 10 non vengono denunciate, perché chi le  subisce si chiude nel silenzio per vergogna e non confida a nessuno il proprio  dramma”.
Secondo i dati diffusi dal Moige e dalla Polizia di Stato, su un campione di 354 denunce raccolte dalla Polizia Postale nel 2017, 59 riguardano la diffusione di materiale pedopornografico e 116 sono inerenti casi di minacce o ingiurie.
Quali allora le possibili soluzioni?
È fondamentale che la vittima comprenda e ripeta a se stessa che non è colpevole di quanto sta accadendo e che cerchi nel suo contesto sociale la solidarietà e l’appoggio necessari. È altrettanto importante denunciare alle autorità competenti gli episodi di cyberbullismo, superando i timori e confidando nell’operato di chi saprà identificare e punire gli aguzzini. A fare davvero la differenza saranno però l’educazione e la rieducazione alla pietas latina, all’empatia e alla cultura della comprensione, per prevenire l’insorgere di nuovi episodi e sopravvivere a quelli in essere.

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