Lo sviluppo delle tecnologie, la diffusione di internet e l’uso dei social network hanno fatto sì che l’uomo si trovasse innanzi a una rivoluzione che lo pone al centro dei flussi di informazione e al contempo lo rende una fonte.
La libertà di espressione risulta così ampliata in maniera illimitata, ma il suo uso deve conciliarsi con tutti gli altri diritti fondamentali – innanzitutto il diritto alla privacy. Bisogna poi tener conto della trasparenza delle fonti, della protezione di persone ed enti dai reati informatici, dell’importanza di usare in maniera responsabile e corretta i nuovi mezzi di comunicazione a disposizione.
I social network in particolare stanno attraversando una fase molto controversa: se da un lato troviamo una crescita costante del loro utilizzo (che consente di creare un concetto nuovo di vicinanza tra persone, tra enti e persone, tra business e persone), dall’altro notiamo con rammarico come essi siano diventati spesso coacervo di espressioni che sfiorano e a volte oltrepassano i limiti imposti dal vivere civile (oltre che dalle norme giuridiche vigenti).

Perché accade questo fenomeno e perché si sta diffondendo? E, soprattutto, come fermare questa ondata di hate speech?

Partiamo dall’analisi dei dati emersi dalla Mappa dell’Intolleranza, progetto ideato da Vox – Osservatorio Italiano sui diritti – e  sviluppato in collaborazione con l’Università Statale di Milano, l’Università di Bari, l’università La Sapienza di Roma e il Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano.
La mappatura consiste nell’individuazione e successivo estrapola mento (e geolocalizzazione) dei tweet contenenti parole sensibili, procedendo poi con l’identificazione delle zone in cui l’intolleranza è più o meno diffusa. L’elaborazione della Mappa dell’Intolleranza si concentra su sei gruppi principali di potenziali destinatari di hate speech:

  • Donne;
  • Migranti;
  • Diversamente abili;
  • Comunità LGBT;
  • Ebrei;
  • Musulmani.

Il software di analisi cerca di rilevare lo strisciante sentimento che anima alcune sacche delle communities online che, garantendo l’interattività e un certo anonimato, diventano così luogo di diffusione di pensieri che incitano all’intolleranza, alla violenza, all’odio. La Mappa è inoltre diventata negli anni utile mezzo per la lotta al cyber bullismo, fenomeno in espansione anche nel nostro Paese.
Il terzo anno di rilevazione ha riguardato l’analisi di 6.544.637 tweet inerenti il periodo che va da novembre 2017 a maggio 2018. Sommando i cluster che fanno riferimento a antisemitismo, islamofobia e xenofobia – predittivi di atteggiamenti di intolleranza nei confronti di migranti o persone “aliene” – la percentuale di odio si attesta al 32,45% del totale nel 2017 per salire al 36,93% nel 2018.
Per Giovanni Semeraro, professore associato presso il Dipartimento di Informatica dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, “L’analisi dei dati raccolti per la terza edizione della Mappa conferma purtroppo la presenza di significative sacche di intolleranza in diverse aree del Paese. Le mappe prodotte (…)mostrano un significativo incremento di tweet con orientamento ostile verso migranti ed islamici, a conferma di come i temi che dominano il dibattito politico trovino riscontro nelle opinioni e nelle ‘tracce digitali’ che la popolazione dissemina nella rete”.
Silvia Brena, giornalista e co-fondatrice di Vox, spiega che “Più di 1 italiano su 3 twitta il suo odio contro migranti, ebrei e musulmani. Ancora una volta, dunque, la Mappa fotografa una realtà che è già purtroppo sotto agli occhi di tutti: oggi l’odio si concentra contro le persone considerate diverse, per appartenenza a culture differenti dalla nostra. I dati che abbiamo raccolto su antisemitismo e islamofobia confermano in questo senso una tendenza in atto, verso la “globalizzazione” della rabbia e dell’odio. Ma dalla rilevazione emerge un altro aspetto importantissimo. I tweet intolleranti diminuiscono, dove è più alta la concentrazione di migranti, dimostrando quindi una correlazione inversa tra presenza sul territorio e insorgere di fenomeni di odio: come a dire, conoscersi promuove l’integrazione”.
In netta diminuzione, grazie anche all’approvazione della storica leggi sulle unioni civili, l’uso di linguaggio omofobo: la svolta legislativa ha segnato una importante svolta culturale, riflessione di un’azione democratica inclusiva e paritaria.

I bersagli delle offese sono perciò donne, omosessuali, migranti, disabili, ebrei e musulmani; in particolare, a essere oggetto di vilipendio è spesso il corpo, attraverso la ridicolizzazione, l’umiliazione, la mortificazione, l’aggressione verbale o fisica. Per  Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, professore ordinario presso la facoltà di Medicina e Psicologia Sapienza Università di Roma (dipartimento di Psicologia dinamica e clinica), si tratta di “una scarica primitiva, evacuata su gruppi che culturalmente rappresentano ciò che è considerato debole, diverso e/o inferiore. Cesare Pavese diceva che “si odiano gli altri perché si odia se stessi”. Ecco dunque che l’insulto può essere letto come una forma cieca di difesa psichica che si esprime attaccando aspetti fondamentali dell’umanità altrui. La svalutazione e il disgusto diventano i motori inconsci del tweet o del post discriminatorio”.
L’assenza di interazioni fisiche e di contatto visivo contribuiscono a far cadere le mediazioni e le autocensure, rendendo così la comunicazione più convulsa e agitata. Nella vita reale poi, queste frustrazioni rischiano di cronicizzarsi in manifestazioni aggressive. Il contesto sociale e politico, inoltre, sembra alimentare l’espressione di forme di intolleranza.

Quale allora la possibile soluzione?

  1. Individuazione del disagio attraverso gli indicatori come la Mappa.
  2. Elaborazione di azioni preventive, che vanno dalla diffusione di materiale didattico formativo agli incontri nelle realtà territoriali. Conoscenza e diffusione della cultura possono fare la differenza sia nel comprendere le ricadute sociali di convincimenti pregiudizievoli sia nella prevenzione di manifestazioni violente nel confronto delle minoranze.
  3. Riscoperta dei valori fondativi inclusivi delle nostre democrazie e diffusione tra le nuove generazioni e nelle sacche di intolleranza.
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