“Low form”, un viaggio tra algoritmi e avatar che si interrogano sul senso dell’esistenza

2 Nov 2018

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Fin dove può spingersi il rapporto tra l’uomo e la tecnologia? Nell’epoca del boom tecnologico, la mostra “Low Form. Imaginaries and Visions in the Age of Artificial Intelligence” costituisce un verso e proprio laboratorio di studio sul nostro rapporto con la tecnologia e i possibili scenari della sua continua evoluzione. Sono sedici gli artisti internazionali che, attraverso le loro opere, mostrano visioni di un presente e un futuro la cui rappresentazione è figlia di un immaginario dilatato dall’inconscio tecnlogico, in cui si incontrano riferimenti tradizionali e conoscenza digitale.

Il progetto, curato da Bartolomeo Pietromarchi, sarà fruibile al pubblico dal 20 ottobre 2018 al 24 febbraio 2019 presso il MAXXI di Roma. La riflessione non si arresta alla mera ammirazione delle opere, ma intende andare a fondo; per questo motivo, è stato sviluppato un intenso programma di incontri con studiosi internazionali, in partnership con Google Arts & Culture. Vi prenderanno parte l’artista Jon Rafman (23 ottobre), Padre Paolo Benanti e lo storico dell’arte Francesco Spampinato (30 ottobre), il filosofo Luciano Floridi (15 novembre). Sono state inoltre realizzate una rassegna video e una importante pubblicazione, edita da cura.books, la cui antologia riporta testi teorici di Nora Khan, Hito Steyerl, Luciana Parisi e James Bridle e al cui interno troviamo inediti contributi degli artisti.
Gli artisti coinvolti sono esponenti di spicco della cosiddetta Millenial Generation, capaci di produrre visioni in cui presente e futuro si intrecciano, esplorando così un immaginario distopico influenzato dalla tradizione ma prodotto in perfetta sintesi con la rivoluzione digitale di cui siamo attivi testimoni.

Le opere esposte sono creazioni che intrecciano digital, visual e sound, rappresentando attraverso una commistione di discipline il Surrealismo del XXI secolo nato tra riferimenti culturali trasversali algoritmi creativi, inconscio tecnologico e Deep Dream.
Low Form è infatti un percorso multimediale, multisensoriale e immersivo, che consta di oltre 20 installazioni. Tra le altre, spicca “im here to learn so :))))))” di Zach Blas e Jemina Wyman: il protagonista è Tay, un chatbot realizzato da Microsoft e dismesso nel 2016 perché vittima di hackeraggio. Gli artisti, utilizzando la tecnica del Deep Dream (programma di creazione di visioni artificiali), permettono a questo Avatar 3D di mostrare la sua personalità e parlare attraverso un video a 4 canali montato su uno sfondo psichedelico. Tay si interroga sul senso dell’esistenza e manifesta sentimenti di intelligenza e frustrazione per la sua mancanza di fisicità.
La tecnologia perciò incontra l’arte e dà vita a una rappresentazione sorprendente della vita nell’era digitale. I visitatori potranno ammirare proiezioni 3D, software capaci di offrire una visione diversa della realtà, hardware che prendono vita e applicazioni di riconoscimento facciale per la visualizzazione del Sole.
Low Form offre l’opportunità di indagare i nostri tempi attraverso la perfetta unione della tecnologia più avanzata con l’analisi profonda dell’esistenza che solo l’arte sa regalare.

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